PAOLO ULIAN
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Paolo Ulian 1990-2009
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PANE E PROGETTO di STEFANO FOLLESA - 9.2008

Inizierei dall’Istituto d’Arte e in seguito dall’Accademia di Belle Arti a Carrara. Normalmente si affronta un tale percorso per due motivi: uno è perche si è creativi e bravi nel disegno, l’altro perché in qualche modo (parenti, famiglia, conoscenze), si respira quell’aria già nell’infanzia. Anche per te è stato così?
In un certo modo è stato così, mio padre era disegnatore tecnico alla Nuovo Pignone e spesso portava il lavoro a casa per passare molte ore al tecnigrafo. Ho passato così la mia infanzia, tra carta da lucido e libri di disegno tecnico, tra pennini a china e normografi. Forse è anche per questo che fin da piccolo, un po’ come tutti i bambini, ho iniziato a disegnare e inventarmi ogni sorta di giochi per poi costruirli con pezzi di fortuna o ricavati da altri giocattoli smontati.
Credo che da un lato ci sia stata sicuramente l’influenza del lavoro del padre ma dall’altro anche una forte inclinazione istintiva al progetto e all’invenzione. L’istituto d’Arte è stato un passaggio naturale, una scuola che nonostante la pessima fama di essere a basso contenuto di cultura umanistica mi ha dato molto, soprattutto mi ha fatto capire la missione dell’arte quando ancora non ne conoscevo il senso, il significato pieno.
Poi il passaggio all’Accademia di Belle Arti di Carrara dove ho avuto la fortuna di avere come insegnanti di pittura due grandi personaggi come Getulio Alviani e successivamente Luciano Fabro.
Carrara-Firenze (Isia). La scelta di lasciare l’Accademia e proseguire i tuoi studi in una scuola così fortemente specialistica nasce da un rapporto già avviato col design?
No, fino al periodo dell’Accademia non avevo ancora realizzato che il design poteva rappresentare il perfetto seguito per le mie inclinazioni. E’ successo che al terzo anno di corso all’Accademia un mio amico che frequentava la Facoltà di Architettura di Firenze mi parlò dell’ Isia, una delle poche scuole di industrial design in Italia nei primi anni ottanta. Così, un lunedì presi il treno per Firenze e andai a visitare l’Isia e tra le molte cose della scuola che potevano attirare la mia curiosità mi colpì un particolare secondario, l’orario delle materie che esigeva una frequenza obbligatoria e a tempo pieno.
Io che provenivo dall’esperienza dell’Accademia dove vigeva una disciplina poco ferrea, ne fui positivamente colpito proprio perché il quel periodo sentivo l’esigenza di affrontare la mia formazione didattica con più impegno e il programma dell’Isia mi sembrò perfetto. Fu per questo motivo che dopo pochi mesi lasciai l’Accademia e, dopo aver superato l’esame di ammissione, mi iscrissi con entusiasmo all’Isia.
Mi puoi parlare della tua esperienza fiorentina e del clima che si respirava all’Isia alla fine degli anni ottanta (influenze, passioni, linguaggi)e quindi della tua formazione come designer ?
Il periodo che ho passato a Firenze dal 1983 al 1987 è stato per me esaltante. All’Isia si viveva come in un collegio, di giorno si seguivano i corsi e di notte si lavorava per consegnare i lavori il giorno successivo. Era quel tipo di impegno totalizzante che cercavo e ne ero pienamente soddisfatto. Il primo anno fu positivamente scioccante, il corso di progettazione era tenuto da Paolo Bettini, un uomo di grande cultura e carisma che adottava una metodologia di insegnamento totalmente fuori dagli schemi, era una sorta di Oliviero Toscani ante litteram che, come me deve aver influenzato profondamente anche le visioni progettuali di molti altri studenti tra cui Gabriele Pezzini, Donata Paruccini e Antonio Cos, tutti e tre usciti dall’Isia in quegli stessi anni e oggi apprezzati designers.
Nei rari momenti di libertà ci si recava alla facoltà di Architettura per assistere alle lezioni di Koenig e di Segoni, o ad incontri indimenticabili come, tra gli altri, quelli con Achille Castiglioni e con Dino Gavina.
Erano gli anni in cui uscì il primo Macintosh della Apple, quel piccolo strumento che ebbe un impatto così nuovo e magico sul modo di intendere il disegno e di conseguenza anche sulla maggior parte dei nostri elaborati.
Stilisticamente poi si respirava l’aria di Memphis, di Alchimia, dei Bolidisti, ma all’Isia, in termini progettuali, questi modelli non ebbero molto seguito anche perché in quegli anni, dall ’85 all ’87, Enzo Mari, che teneva uno dei corsi di progettazione, catalizzava totalmente l’attenzione di noi studenti alle sue lezioni fiume. Il corso con Mari fu un’esperienza radicale, per certi versi anche sofferta. La sua forte personalità ci travolse letteralmente e alla fine nulla ci sembrava più come prima. Scoprimmo l’importanza del senso etico nel progetto, ci fece capire che progettare non era solo un gioco di invenzione e di elaborazione estetica, ma era in prima istanza la veicolazione di un pensiero, di una posizione politica, di un dissenso verso gli aspetti di una realtà che non condividevamo.
Ti cito alcuni nomi in totale disordine Branzi, Morozzi, Bimbi, Gioacchini,Vegni,Giovannoni,Palterer,Micheli,Gualtierotti, Deganello, hanno tutti in comune la formazione fiorentina. Firenze, città lontana dalle logiche industriali, ha generato per strane logiche, forse legate all’impossibilità dell’architettura, un gran numero di designer. Come ti spieghi questa attitudine di unà città che non ha però poi dato molto ai suoi figli?
Penso che a Firenze come pure in altre città italiane in cui si insegna industrial design si possa apprendere bene il mestiere, ma poi per esercitarlo pienamente si deve andare a Milano. Lì si trovano tutti i media e le aziende più influenti, lì c’è il Salone del Mobile, il più importante del mondo, c’è un’Istituzione come la Triennale che da alcuni anni ha ripreso a funzionare egregiamente e ad essere il cuore pulsante del design Internazionale anche grazie al suo nuovo Museo.
Il design fiorentino, secondo me, si é esaurito alla fine degli anni settanta quando i Radical rappresentavano la vera essenza dell’ avanguardia nel design internazionale. Oggi, mi pare che a Firenze e in Toscana si sia istaurato un certo tipo di industrial design politically correct, caratterizzato da un carattere debole e quasi conformista. Non si rischia più, si progetta per l’industria che deve macinare i grandi numeri e questo, a lungo termine ha portato a una sterile omogeneizzazione dei progetti e a soffocare quella libertà espressiva di cui i Radical ne erano la bandiera.
Anche le aziende toscane, a parte qualche raro caso come Edra, non figurano quasi mai nel dibattito culturale. Sono aziende dai grandi numeri di produzione che apportano ben pochi stimoli per promuovere i nuovi codici espressivi. Oppure, dall’altro lato ci sono aziende che esprimono il loro coraggio espressivo con formalismi fine a se stessi, privi di ogni significato, progetti che nascono con l’unico scopo di shoccare ma senza alcun tipo di contenuto.
Detto questo, rimango molto affezionato a Firenze e continuo a confidare nella sua capacità di sapersi rimettere in gioco, come ha già dimostrato nel settore della moda e di ritagliarsi in futuro nuovi primati ed esclusività anche nel mondo del design.
Torniamo alla tua attività. Finita l’ISIA torni credo a Massa, dove avvii la tua attività. Come nascono i tuoi primi lavori in una città che col design ha poco a che fare (credo che l’Henraux sia stato l’unico committente locale ma tra l’altro anche molto atipico”?
Durante gli anni dell’ Isia, io, mio fratello e un amico, avevamo già avviato uno studio che si occupava di grafica editoriale, poi appena diplomato, mi chiamò Enzo Mari per chiedermi di andare a lavorare nel suo studio. Così andai a Milano pieno di entusiasmo e lavorai con Mari per un anno e mezzo, dopodichè ritornai in Toscana dove avviai con la mia fidanzata un negozio di oggettistica in vetro di Murano e in parallelo anche il mio piccolo studio in un appartamento di una casa popolare. Cominciai a partecipare ai concorsi e alle mostre del fuorisalone milanese, in particolare alle mostre organizzate nello spazio Opos e in altre gallerie. I primi risultati sono arrivati quasi subito, anche grazie a una serie di pubblicazioni dei miei lavori su alcune riviste. Così si crearono le condizioni per collaborare con le aziende, mi chiamò L’Henraux dopo che avevano visto su Domus alcuni oggetti realizzati con semilavorati di scarto in marmo. Con loro sviluppai un progetto per pavimentazioni a intarsio in cui non c’era alcun scarto di materiale lavorato. Poi mi chiamarono la Bieffeplast di Vicenza e Driade che portarono i miei primi progetti al Salone del mobile. Devo riconoscere che a parte qualche collaborazione con Ceccotti e Luminara di Cascina, la zona in cui vivo non è mai stata una fonte per il mio lavoro, mi è difficile lavorare con aziende che non sono disposte a rischiare e che il più delle volte sono legate a schemi logori.
Ti faccio una domanda molto personale alla quale se vuoi puoi evitare di rispondere ma la faccio perché mi piacerebbe che questo libro mostrasse le verità e non solo la facciata della professione. Dopo quanto tempo dall’avvio della professione hai raggiunto una tua indipendenza economica?
Per il momento sono riuscito a raggiungere uno stato di “Instabilità economica” e mi sembra già molto dopo anni di duro lavoro. Il mio è un bilancio che varia e che vacilla durante l’anno senza troppe certezze e al quale mi sono abituato. Questo per dire che certe scelte si pagano, l’indipendenza e una certa dose di libertà mi portano spesso a rinunciare a proposte che non mi appassionano preferendo magari di intraprendere progetti non pagati o pagati poco ma che mi entusiasmano per la storia che mi fanno vivere.
Il tuo design “delle piccole invenzioni” è una piccola bandiera contro un approccio al progetto che sposta sempre più in alto il limite della “spettacolarità”. Mi trovo in totale sintonia col tuo modo misurato di affrontare la professione ma mi rendo conto, ogni giorno di più, che la società italiana va in una direzione diametralmente opposta. Come riesci a difendere questa tua coerenza?
Cerco semplicemente di seguire la direzione dei miei sentimenti, ricercare la verità in ogni cosa con scrupolo. Le mode e le tendenze non mi interessano.
Mi racconti come riesci a procurarti le occasioni di progetto. Proponi i tuoi progetti alle aziende, partecipi a concorsi, hai dei clienti consolidati …?
Sembrerà strano ma non sono mai andato da un’azienda a chiedere di poter collaborare. Non che abbia una folta schiera di aziende pronte a offrirmi lavoro, però devo dire che fortunatamente da ogni oggetto esposto in una mostra o realizzato per una produzione più ampia sono sempre nate nuove opportunità di lavoro. Penso che la qualità del progetto sia la migliore pubblicità per continuare a fare ciò in cui si crede.
Le nostre università preparano oramai ogni anno centinaia di giovani designer pronti a bussare le porte della aziende più conosciute con la speranza che idee e creatività possano far strada al proprio nome. Non esistono in realtà delle regole per questa professione ma se tu dovessi scriverne alcune cosa proporresti?
I risultati migliori, in termini qualitativi di progetto si ottengono sempre quando ci si rispecchia perfettamente nel proprio lavoro, quando si segue il proprio istinto senza forzature. Ci sono infinite sfumature in questo mestiere e quella che più ci assomiglia probabilmente non esiste ancora e va creata ad hoc sulle nostre abilità e debolezze. Sarà questo il progetto più impegnativo per chi intraprende questa strada, costruirsi un percorso personale da seguire con costanza nel corso della propria vita, anche a costo di molti sacrifici. Il valore di questo mestiere si misura proprio sulla forza e l’autonomia della propria identità, sulla capacità di raggiungere l’eccellenza con modalità inesplorate e non su facili conformismi espressivi.
Uno sguardo agli scenari futuri. Quali prospettive per la professione di designer in un paese dove si produce sempre meno?
Credo che già ora si stia delineando un nuovo modo di progettare.
Il prodotto industriale non è più l’unico e ambizioso obiettivo a cui le giovani generazioni di designers aspirano. In questi ultimi anni l’attenzione si è spostata su un design che si avvicina molto al linguaggio dell’arte, al pezzo a tiratura limitata, al pezzo unico. E’ una progettualità che al contrario di quella finalizzata al prodotto industriale ha dei risultati tangibili a più breve termine, con meno ostacoli e vincoli e soprattutto senza alcun tipo di censura da parte dei soliti signori del marketing.
Credo che grazie al design, nei prossimi anni si potranno ricreare le condizioni per rivitalizzare un mestiere tanto antico e prezioso quanto poco valorizzato qual è il mestiere dell’artigiano. Mi piace pensare che nel prossimo futuro molti giovani designers sceglieranno di percorrere questa strada così appagante sotto tutti i punti di vista e così pregna di valori etici e umani. Fare il designer come editore di se stesso può dimostrarsi una delle migliori possibilità per un giovane che vuole far conoscere le sue potenzialità. Ormai solo in Europa, oltre al Salone Satellite, ci sono decine di altri appuntamenti importanti che garantiscono una buona visibilità e grandi opportunità di contatti con operatori selezionati. Esistono poi le molte realtà dei Design shop all’interno dei Musei il cui giro di affari si è moltiplicato negli ultimi anni e che si stanno trasformando in veri e propri centri per la promozione e vendita delle nuove visioni che il talento del giovane design internazionale esprime con così tanta energia.
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FAENZA - 09.2008

Storicamente il design italiano è nato come progettazione seriale di oggetti con un preciso scopo d´uso: prodotti pratici, pensati per soddisfare le necessità di un'Italia all’alba della propria industrializzazione. Pensi che la realtà del design contemporaneo sia ancora questa?
Dagli anni cinquanta ad oggi il design ha subito diversi passaggi e mutazioni. Ad ogni nuova realtà sociale ed economica che si presentava ha sempre corrisposto un certo modo di esprimersi attraverso il progetto. Oggi la situazione non è diversa, la realtà in cui viviamo ci dà dei segnali forti e chiari, abbiamo preso coscienza che la crescita industriale non può essere infinita, ci sono dei limiti ambientali che non lo concedono. Ci siamo accorti delle falle e degli squilibri che caratterizzano l’attuale logica di mercato e questo provoca delle reazioni psicologiche in chi opera nel mondo del progetto. Basta guardarsi intorno per capire che oggi l’industria non è più l’unico obbiettivo per le giovani generazioni di designers. Nell’aria si comincia a respirare un urgenza di allontanamento dalla cultura industriale per indirizzarsi anche in altri ambiti come le piccole produzioni artigianali che permettono una maggiore libertà espressiva e garantiscono risultati a più breve termine. E non credo che questo sia avvenuto solo per la necessità di ritagliarsi una maggiore autonomia di progetto, ma anche a causa di quel senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente che si sta diffondendo in maniera sempre più determinante nelle coscienze di tutti.
Il design italiano è sempre stato una realtà ben definita e riconoscibile. Credi che oggi se ne possa ancora parlare in questi termini? E se sì, tu te ne senti parte?
La realtà del design italiano è stata così come dici tu fino a una ventina di anni fa, prima dell’avvento di internet, oggi è ben diversa, il fenomeno del design ha raggiunto una tale diffusione a livello globale che sta portando progressivamente a un appiattimento delle varie peculiarità culturali. I linguaggi progettuali si fondono in un unico linguaggio standardizzato che ha trovato la sua definizione attraverso la rete, e per rendersene conto basta dare un’occhiata ai progetti presenti sui numerosi blog di design. I progetti dei designers inglesi piuttosto che giapponesi o italiani oggi non sono più distinguibili fra loro, per questo non ha più senso parlare di design italiano come particolarità, ma solo come una delle tante voci che cantano in un coro assai vasto.
Citando Bruce Sterling, un capitolo del suo libro ('La forma del futuro') si intitola 'Produttori d'immondizia' e parla del fatto che l'uomo inquina da prima ancora di divenire umano poiché, per dar forma alle cose, si producono inevitabilmente scarti di materiale. Il capitolo prosegue cosí: tutto é soggetto al consumo dell'uomo, tranne l'inquinamento,l'uomo ha sempre fallito nel tentativo di gestire i rifiuti ed é per questo che, con gli anni, sono aumentati fino a diventare quasi l'unica eredità che lasceremo ai posteri. In questo scenario umanamente inevitabile, come giustifica la sua professione il designer, progettista di oggetti - certo – ma non solo?
Questa è la contraddizione più evidente del lavoro del designer industriale. I suoi progetti, in caso di un grande successo commerciale, si possono tradurre in un enorme spreco di risorse naturali, di energia, di forza lavoro e che inevitabilmente si trasformeranno in pochi mesi o, nel migliore dei casi, in qualche anno in una gigantesca quantità di immondizia. In questo senso la sua responsabilità è veramente grande. La questione però è anche questa: esistono dei rari, rarissimi casi in cui gli oggetti non sono solo materia inanimata ma anche dei portatori di significati profondi che ci possono indurre a riflessioni come può fare un’opera d’arte, un bel film o una canzone d’autore. Si tratta di capire qual è il giusto equilibrio tra l’importanza del messaggio che un oggetto porta con sé e la sua diffusione commerciale. Ci sono oggetti come i Sedici animali di Enzo Mari o la lampada Toio di Castiglioni o il più recente tavolo No-waste di Ron Arad che per i loro contenuti etici, e di altissima qualità progettuale ci insegnano quello che ci può insegnare il migliore trattato di filosofia. Una loro maggiore diffusione commerciale sarebbe solo un prezioso nutrimento culturale per i sensi di molte generazioni. Nel design industriale si dovrebbe seguire questo tipo di modello, denso di significati e di impegno etico/politico. Penso che questa professione sia giustificata solo a questa condizione, di tutto il resto potremo benissimo farne a meno.
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DOMUS - 906.2007

Esprimersi progettando è l’aspetto predominante della mia vita.
Attraverso vari percorsi, sono approdato al design, scoprendone la vicinanza alle mie passioni, ma anche la contraddizione di fondo. Da un lato il designer è animato da uno spirito etico, che lo spinge a tentare di contribuire a migliorare il presente per quanto in modo infinitesimale, dall’altro è consapevole che i propri oggetti – nei casi più fortunati riprodotti in migliaia di esemplari – andranno comunque ad appesantire una situazione sociale e ambientale fin troppo compromessa. È difficile capire cosa sia giusto fare.
La mia prima reazione sarebbe quella di rinunciare a partecipare al gioco imposto dal sistema economico globale di cui non condivido le regole. Penso però che non sia giusto tirarsi indietro. Si tratta di capire cosa si può fare per cambiare qualcosa dal di dentro. Vorrei almeno tentare di esprimermi tramite i miei oggetti, e attraverso loro comunicare i valori etici – anche utopici – in cui credo. Alcuni oggetti uniscono alla funzione puramente utilitaristica una funzione semantica molto forte, più chiara di mille parole; certi oggetti possono farci riflettere ed emozionare, osservare il mondo da una prospettiva diversa. Penso alla mia ciotola “Una seconda vita”, con la quale mi premeva portare l’attenzione sul significato e sul valore dello scarto, e suggerivo una riflessione su una società che gradualmente ci ha fatto perdere la capacità di discernere l’utile dall’inutile. Vorrei che i miei oggetti fossero dei messaggi in bottiglia, lanciati con la speranza che qualcuno li raccoglierà. Mi piacerebbe operare con la libertà e la tensione ideale di un’artista servendomi però della forza comunicativa offerta dal sistema produttivo degli oggetti.
Paolo Ulian - 09.2007
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EXIBART - 14.09.2007
Cominciamo dall'inizio. Da piccolo sogni di fare l'inventore, smonti gli oggetti di casa e giochi col Meccano. Nel 1990 la tua tesi di laurea Onda, paravento in cartone ondulato, diventa un vero e proprio caso di riciclaggio creativo che ti frutta i primi riconoscimenti della critica e della stampa. A questo punto entra in scena Enzo Mari che ti chiama a collaborare nel suo studio. Da allora numerosissime le mostre e i premi, tra cui le partecipazioni alle iniziative di Opos di Alberto Zanone. Oggi lavori in proprio nella tua regione, la Toscana. Sei tu che hai cercato il design o è il design che ha cercato te?
Penso che sia stato un incontro reciproco, di quelli che capitano perché così doveva essere. Tutto ciò che facevo per gioco da ragazzino assomigliava molto a quello che faccio oggi come mestiere. Non provengo da una famiglia molto agiata e quindi la mia inclinazione a inventare e costruire si è trasformata in una vera e propria necessità per avere a disposizione giochi e strumenti altrimenti irraggiungibili. Mi sono costruito da solo quasi tutto pur di riuscire a ottenere ciò che mi attraeva in quel momento. Però, prima di focalizzare che il design era la strada giusta, sono passato attraverso altre passioni molto forti come quella per la fotografia, fin da quando avevo tredici anni, quella per le imprese scientifiche e, più avanti, per l’arte. Ed è anche grazie alla passione per la fotografia che Enzo Mari mi prese a lavorare con lui, gli piacevano particolarmente delle foto che avevo scattato e sviluppato per una mostra durante l’ultimo anno di corso all’ISIA di Firenze. Nel suo studio ho passato un periodo relativamente breve ma molto intenso che mi ha lasciato gli insegnamenti più importanti e mi ha fatto capire il senso profondo e la responsabilità sociale di questo meraviglioso lavoro. Dopo questa esperienza sono ritornato in provinci a, dove i ritmi più lenti e più vicini alla mia natura mi consentono di esprimere pienamente i miei pensieri e le mie visioni.
Una delle principali differenze fra la nuova generazione di designer italiani e quella dei maestri consiste nel fatto che questi ultimi erano per la maggior parte architetti, mentre voi siete quasi tutti laureati in corsi universitari di design. Tu stesso ti sei formato all'ISIA di Firenze. Questo diverso background ha delle ricadute sul design di oggi?
Forse non è una questione di formazione, le differenze che sussistono tra il design contemporaneo e quello dei maestri secondo me derivano principalmente dal contesto storico in cui si sono trovate a operare queste due generazioni. La prima, in piena ricostruzione postbellica, in cui tutto andava rifondato e rinnovato con energia e positività. La seconda si trova a operare in una società opulenta, anche sotto il profilo dell′offerta di progetto. I designer della passata generazione erano poche decine, oggi sono un esercito a livello globale che deve misurarsi con tipologie sempre più inflazionate e quindi con margini progettuali sempre più ridotti. Credo sia per questo che i giovani progettisti si orientano così spesso sulla ricerca di tipologie inedite, dove la possibilità di imbattersi in copie involontarie risulta decisamente più contenuta rispetto a quella riscontrabile nelle tipologie classiche. A livello di qualità progettuale però non vedo differenze. Ci sono anche oggi oggetti di buon livello, che fanno emozionare come lo facevano quelli dei maestri. Penso che al design contemporaneo italiano non sia stato ancora riconosciuto il giusto valore che si merita e nonostante un tardivo e marginale riconoscimento in questi ultimi tempi credo siano ancora molti i pregiudizi da parte delle aziende e dei media nei confronti delle giovani generazioni di designer italiani.
Incontrando alcune delle tue idee come il coltello Pane e Salame (semplicemente geniale), le argute ciabattine Print, il tavolo-panca pieghevole in Coverflex Cabriolet per FontanaArte, la “miracolosa” ciotola in ceramica Una seconda vita, o Drinkable Watercard, la famosa cartolina postale con acqua potabile da spedire nelle zone difficili del mondo, si è portati a pensare, parafrasando un recente film, che ogni cosa è illuminata, o che almeno può esserlo. Quanto c′è di nuovo nell′oggetto riutilizzato e quanto di vecchio nell'oggetto-novità-a-tutti-i-costi?
Ogni oggetto è illuminato se la sua esistenza ha un senso, una ragione, se non nasce solo con lo scopo di alimentare in modo gratuito il mercato. Gli oggetti che hanno un senso sono la proiezione di ciò che noi ci aspettiamo dal futuro, devono esprimere una sincera e costruttiva volontà di cambiamento senza compromessi, non dovrebbero solo scimmiottarla con forme accattivanti e magari seguendo pedissequamente le tendenze del momento. Che poi sia un oggetto derivato dal riutilizzo o meno credo sia del tutto secondario, l’importante è la profondità del messaggio che esso ci può rivelare, anche attraverso la sua bellezza svincolata dai canoni diffusi, una bellezza che non è mai di superficie ma è sempre la nitida espressione dell’essenza delle cose.
L′incedere dell′anatra sull'acqua appare fluido e armonico perché al di sotto le zampe nuotano convulsamente. La semplicità è una conquista complessa…
La ricerca della semplicità è l’aspetto più emozionante di ogni progetto, ma anche il più difficile da raggiungere. Il più emozionante perché il percorso che si compie nel tentativo di ottenere la massima sintesi possibile ti porta inevitabilmente a confrontarti con i meccanismi della creazione divina e con la sua inarrivabile perfezione. Il più difficile perché la tensione all’assoluto richiede grande impegno, anche in ordine di tempo. Non conosco un oggetto che sia nato perfetto, quelli che più si avvicinano all’idea di perfezione solitamente sono oggetti che sono stati plasmati dal tempo come può essere un ago per cucire, una molletta, una puntina da disegno. Sono strumenti che hanno subito un’evoluzione quasi naturale e hanno raggiunto un elevatissimo grado di perfezione, molto vicino a quello che succede in natura, come per esempio nei sassi di fiume in cui la forma rappresenta la massima sintesi tra la forma di partenza e gli eventi subiti nel corso dei secoli. Ciò che si può fare per raggiungere dei risultati soddisfacenti nel progetto è avere degli alti ideali qualitativi di partenza e dedicare tutte le proprie energie per cercare di avvicinarsi il più possibile ad essi.
Nel tuo rapporto con le aziende quali sono state le esperienze più interessanti?
È difficile risponderti perché nel rapporto con le aziende non posso dire di avere ancora trovato la condizione che corrisponda alle mie aspettative. Ci sono state delle esperienze che si sono avvicinate, come potrebbe essere quella con la Zani&Zani dove le due visioni, quella del designer e dell’imprenditore, tendevano a coincidere e quindi anche i percorsi progettuali per la realizzazione di nuovi prodotti sono sempre stati lineari e spontanei. Un’altra esperienza molto positiva è stata con Droog Design, che non è una vera e propria azienda ma da alcuni mesi ha aperto il Droog-shop online in cui si vendono direttamente alcuni oggetti del loro catalogo tra cui anche il mio Mat-Walk. Con loro ho avuto una bella esperienza a livello umano e professionale e per questo non posso che essergli riconoscente. Quello che ora cerco quando inizio una nuova collaborazione è prima di tutto un buon equilibrio tra valori umani, visioni comuni, entusiasmo, rispetto reciproco e infine anche professionalità.
Italo Calvino diceva che per scrivere un articolo ci vuole un′ora, ma per saper scrivere un articolo occorre una vita di studi, riflessioni, occhi aperti. Anche i tuoi oggetti sembrano nati, più che da riflessioni ad hoc, da un′attitudine alla ricerca che si confonde con la vita stessa…
Sì, perché questo è uno di quei mestieri che si fa a tempo pieno, come l′artista o lo scrittore. Si è costantemente immersi in una realtà parallela in cui tutto è finalizzato alla ricerca che si sta compiendo in quel momento. Le idee non nascono mai per caso, gli devi preparare il terreno propizio per far sì che emergano, devi essere sempre pronto a cogliere il particolare risolutivo di un progetto in qualsiasi momento della giornata e in qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Per aiutarmi in questo compito porto sempre con me una piccola macchina fotografica con la quale registro gli eventi e le cose che mi incuriosiscono o in cui intravedo delle potenzialità di evoluzione. Queste immagini vanno poi a formare un mio personale catalogo di emozioni dal quale poter attingere sempre nuovi stimoli e idee.
Gli oggetti intorno a noi sono come divieti o volani che materialmente impediscono o consentono di fare certe cose. Tuoi lavori come Finger Biscuit, la cialda a forma di ditale da “tocciare” nella Nutella, il metro di cioccolato Golosimetro o il tappeto da bagno con ciabatte incorporate Mat-Walk (primo progetto di un italiano per Droog Design) nascono ricalcando piccoli gesti di effrazione nei confronti del fantomatico “sistema” degli oggetti. C′entra il design con la libertà – e con il suo contrario?
Tendere a migliorare il presente è il senso di questo lavoro. Io cerco di farlo ponendomi sempre delle questioni da risolvere, banali o importanti che siano. Non ho un metodo che si adatta a tutto ciò che affronto, cerco invece di calarmi in ogni progetto con i pochi strumenti di base che ho per poi elaborare delle risposte che di volta in volta seguono delle logiche diverse. Così può succedere che a volte il mio linguaggio possa apparire contrastante o quantomeno poco chiaro. Nel caso del Finger Biscuit come pure di Mat-Walk ho cercato di “liberare” e rendere evidenti quelle abitudini che appartengono da sempre a tutti noi ma che difficilmente siamo portati a manifestare in pubblico perché considerate poco eleganti dalle convenzioni sociali. Mentre nel Golosimetro ho fatto l′operazione inversa, la voglia di cioccolato non viene assecondata e sostenuta dal progetto, viene piuttosto inibita, con l’intento di invitare alla ponderazione.
Oggi le tendenze nei consumi, nelle estetiche e nella produzione sono molte e molto spesso contraddittorie. Tuttavia, pur nella loro variegata complessità si possono ricondurre a due grandi macrotendenze che potremmo definire etico-sostenibile e creativo-sperimentale. La prima persegue i possibili sviluppi in chiave di buon senso e attenzione all'esistente, la seconda si tuffa con curiosità e a volte spregiudicatezza a sondare i futuri del design. Se dovessi collocarti nell'alveo dell′una o dell′altra, a quale di queste macrotendenze affideresti la tua ricerca progettuale?
Mi risulta difficile distinguere tra queste due definizioni, in linea di massima tendo a considerarle come un’unica necessità linguistica. Nell’affrontare ogni progetto, l’attenzione alla sostenibilità, la sperimentazione, l’invenzione, la ricerca estetica e funzionale, la tensione comunicativa e a volte la spregiudicatezza si fondono sempre, anche se in misura e con intensità ogni volta diverse. Come dicevo prima, il mio modo di procedere non segue una logica chiara e lineare, perciò è di difficile identificazione anche da parte mia. Diciamo che mi sento come un esploratore senza bagagli e con una piccola bussola in tasca pronta da usare, ma che poi preferisce sempre viaggiare a vista.
Le esperienze Design alla Coop, Salefino e più di recente la mostra in Triennale The New Italian Design. Il paesaggio mobile del nuovo design italiano sembrano convergere verso l′enucleazione di una nuova generazione di progettisti. Andrea Branzi si dice sicuro di questo, quando afferma che la partita del progetto si è riaperta e che la “società liquida” rappresenta per il designer un′occasione per inediti cimenti, a cominciare dalla ricomposizione – non della perduta, utopica unità di Forma e Funzione – ma delle forme e delle funzioni, dei significati e dei significanti, delle emozioni, dei gesti, dei frammenti del sentire…
Andrea Branzi ha fatto un ritratto obiettivo delle nuove generazioni di designer. Ha colto con chiarezza il tentativo di affrancarsi dalla pesante eredità lasciata dai maestri nonostante il grande rispetto che i giovani nutrono nei loro confronti. Non vengono traditi gli ideali di qualità degli anni d′oro del design, oggi c′è solo un forte bisogno di esprimerli con linguaggi inediti, che siano rappresentativi della contemporaneità e dei nuovi bisogni, materiali e non, che essa porta con se. Gli oggetti creati dalle nuove generazioni hanno più scale di lettura, svolgono egregiamente le funzioni per cui sono stati creati, ma sono portatori anche di altri valori più importanti. Sono dei messaggi in bottiglia che possono essere colti o no da chi li utilizza, concepiti con l′intenzione di comunicare all′utente finale un suggerimento, un ideale, un ammonimento o addirittura una posizione politica, che possano farlo riflettere, magari anche sulla possibilità di mettere in discussione il proprio stile di vita. Gli oggetti oggi hanno assunto maggiori responsabilità rispetto al passato, si sono gradualmente evoluti in strumenti etici, in piccoli cavalli di troia che cercano di insediarsi e di incidere tra le pieghe della nostra realtà sociale, economica e ambientale.
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OFFICINA CREATIVA - 05.2007
Come hai iniziato la tua carriera? Qual è stato il tuo percorso formativo e quando hai deciso di diventare un designer?
Come ti dicevo, ho sempre avuto una predilezione per le invenzioni ma più avanti anche per la scienza, per l’arte e per la fotografia. Così, dopo l’istituto d’Arte, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Carrara, in cui ebbi la fortuna di avere come insegnanti di pittura Getulio Alviani e Luciano Fabro. Al terzo anno di corso, un mio caro amico mi disse che a Firenze c’ era una scuola di design che faceva per me e allora dopo qualche mese lasciai l’Accademia e mi iscrissi all’Isia di Firenze. Da subito mi sono innamorato di questo lavoro anche grazie all’energia di Paolo Bettini e in seguito, alla passione di Enzo Mari. Dopo il diploma, nel 1990, lo stesso Mari mi chiamò a lavorare nel suo studio a Milano dove rimasi per circa un anno e mezzo e poi ritornai in Toscana con una grande voglia di fare. Qui ho avviato il mio piccolo studio di progettazione.
Il tuo ultimo progetto è una ciotola di ceramica chiamata “Una seconda vita”, realizzata per la Biennale della ceramica di Albissola nel novembre 06 e poi è stata presentata anche alla Triennale di Milano durante il Salone. Di cosa si tratta?
E’ un progetto che mi ha fatto capire una volta di più che gli oggetti possono veicolare pensieri e indurre alla riflessione più di tante parole.
La ciotola in se è un semplice centrotavola a forma semisferica realizzata in ceramica non smaltata.
E’ caratterizzata da un tratteggio di piccoli fori passanti che oltre ad assumere una valenza decorativa, in caso di rottura accidentale, consente di recuperare alcune parti dell’oggetto. Il tratteggio infatti delinea una serie di forme ellittiche che in un eventuale incidente, potrebbero salvarsi e svincolarsi dal contesto acquisendo l’autonomia di piccole e originali ciotoline. Mi piace pensare che questo oggetto possa essere un sorta di ammonimento a non disfarsi delle cose con troppa facilità, nemmeno quando, apparentemente, sono solo dei cocci.
In questo momento su cosa stai lavorando?
Sono impegnato con un paio di workshop a inviti, uno organizzato dalla Fiat/Guzzini per il lancio della nuova Cinquecento, l’altro dalla Ice Cotton Zanone.
Devo poi mettere a punto una nuova lampada da comodino che è stata presentata da Luminara al Salone del Mobile che si è appena concluso.
C’è anche una serie di idee che mi piacerebbe riuscissero a concretizzarsi nei prossimi mesi con altre aziende di illuminazione, e un mio progetto personale che rimando sempre ma che vorrei portare a termine, che riguarda il marmo e la ceramica.
Enzo Mari e Bruno Munari li consideriamo come i nostri maestri di un certo tipo di design predicato dallo stesso Munari. Quella ricerca mirata a migliorare la vita delle persone e non influenzata da moda alcuna. I tuoi lavori sembrano avere la stessa onestà . Ti va di spendere due parole su questi personaggi e sulla loro visione del design?
Mari e Munari sono stati non a caso i due progettisti che hanno lavorato maggiormente con Bruno Danese e Jaqueline Vodoz, anch’essi persone con una sensibilità fuori dal comune.
Tutti loro ci hanno insegnato la cosa più importante per chi opera nell’ambito del design: il valore e la responsabilità sociale degli oggetti quotidiani attraverso il loro significato. Munari con la sua visione pragmatica, sempre sperimentale e didattica, scevra da implicazioni politiche. Mari invece, partendo proprio dal suo credo politico per affrontare le sue ricerche. Il suo scopo da sempre è stato quello di scuotere le coscienze con l’intelligenza e la semplicità dirompente dei suoi progetti, come ad esempio il contenitore Java in cui inventa un nuovo, elementare concetto di cerniera proprio per evitare che per il suo montaggio ci fosse qualsiasi intervento manuale da parte dell’operaio. Una sorta di difesa della classe operaia attraverso il progetto.
Quando lavoravo da Mari, agli inizi stentavo a seguirlo nei suoi ragionamenti e a capire il perchè dei suoi sfoghi di rabbia. Poi col passare del tempo mi sono reso conto delle verità assolute di cui era portatore e del prezzo che si deve pagare per cercare di difenderle.
Munari l’ho conosciuto nel 1990 quando mi recai nel suo studio per sottoporgli il mio progetto di diploma. Dopo avermi fatto le dovute critiche, dedicò il resto del pomeriggio a raccontarmi le sue parabole sul buon progetto e sul perchè del lavoro del designer.
Se oggi sono ancora qui a fare questo mestiere tra mille vicissitudini lo devo molto anche a quell’incontro e al suo contagioso entusiasmo.
A proposito del tuo metodo progettuale, come si sviluppa un tuo progetto? e come vive un designer le molteplici sfaccettature di questo mestiere? Vengono elogiati come “oggetti di design” - ma quali oggetti non lo sono? forse dovremmo parlare di buono e cattivo design - prodotti molto diversi fra loro per intenti e funzione. Alcuni designer si basano su uno stile personale trasmettendo il loro personale gusto nel progetto e caratterizzandoli al punto di essere riconoscibili. Paradossalmente questi designer acquistano più fama, diventano icone riconoscibili a differenza di coloro che focalizzano il loro lavoro nel realizzare un prodotto quanto più utile, funzionale, semplice e meno costoso possibile. Qual è il tuo punto di vista in merito?
Non penso di avere un metodo preciso nell’affrontare il progetto , credo piuttosto che ci sia tutta una serie di punti fermi e di riferimenti che non saprei elencare che variano e si mescolano a seconda dell’argomento che mi trovo a esplorare. Di solito parto da un concetto che scaturisce da riflessioni sul vivere quotidiano, da aspetti della vita che non condivido e che vorrei cambiare, o più spesso, da riflessioni di carattere etico o ambientale. Non sento la necessità di concepire un nuovo prodotto solo sistono designer come Karim Rashid che puntano tutto sulla comunicazione di un liguaggio fortemente riconoscibile. Un linguaggio grafico che si prolunga anche al mondo degli oggetti tridimensionali, ma che quasi mai rivela qualcosa in più della mera superficialità.
Esistono però anche figure che nonostante abbiano caratterizzato e reso riconoscibile il loro linguaggio progettuale, cercano anche di comunicare i propri ideali etici e le proprie visioni per cercare di lasciare una traccia sugli atteggiamenti delle persone. Mi viene in mente Jasper Morrison che ha fatto della ricerca della semplicità il suo personalissimo linguaggio progettuale. Un linguaggio talmente basico che, in un mondo così permeato dalla complessità, diventa quasi un manifesto politico.
Sbaglierei se dicessi che il tuo percorso nello sviluppo di un prodotto parta più da un’idea interessante che da una ricerca?
In effetti penso che una buona idea sia il fulcro di ogni buon progetto.
Ma difficilmente le buone idee nascono da sole, bisogna coltivarle con cura, preparare il terreno più adatto affinchè possano svilupparsi al meglio. Fare ricerca significa questo, creare le condizioni per far scaturire un’idea, indagare il quotidiano con la stessa attenzione che ha l’investigatore alle prese con un caso da risolvere.
Salefino. Un libro con Joe Velluto, una ricerca di “creativity & design”. Ci vuoi parlare di questo progetto?
Il libro nasce nel 2004 da un’idea dei Joe Velluto e dalla loro volontà di dare spazio e voce a un certo modo di fare design in Italia. In questo progetto editoriale i Joe velluto oltre a mostrare i loro progetti, hanno coinvolto altri designer, Lorenzo Damiani, Giulio Iacchetti, Matteo Ragni e me. Salefino è un libro che parla di idee, idee di oggetti prima di tutto, ma anche idee di fotografia con le ricercate immagini realizzate da Matteo Sandi, ed infine di idee di grafica con elaborazioni degli stessi Joe Velluto.
La forza di questo libro sta proprio nella positiva sinergia che scaturisce da queste tre componenti.
“biscotto da dito” è un progetto che fa sorridere e sognare, raccoglie una debolezza comune e la sviluppa dando vita a un prodotto che tutti vorremmo. Com’è nato il progetto e soprattutto, è buono?
È nato nel 2004 per partecipare alla mostra “papillan” a Bolzano. Si trattava di pensare a nuovi concetti di biscotto. E’ stato sufficiente osservare il mio nipotino mentre affondava il dito nel barattolo della nutella per avere l’idea di un biscotto che seguisse quel naturale quanto popolarissimo gesto.
Il biscotto, se verrà prodotto, sarà realizzato in cialda e penso che sarà molto buono.
“Tappetino da bagno” (Mat Walk) è un altro prodotto che risolve una situazione comune nella nostra vita quotidiana...
Nel 2001, Gijs Bakker di Droog Design mi chiamò per chiedermi di partecipare alla mostra “Hotel Droog” che si tenne l’anno successivo a Milano. Fu in quella occasione che nacque l’idea di questo oggetto che si ispira al diffuso atteggiamento di servirsi del tappetino da bagno per muoversi a piccoli passi tra la vasca e il lavandino, tra la doccia e la camera la letto. Ho unito due tipologie solitamente separate come il tappetino in cotone e le ciabatte, per crearne una nuova che rivela in modo esplicito le nostre naturali abitudini.
Il “Golosimetro” È un’invitante cioccolata in cm...
le tacche di misura inibisce dal consumarla con esagerazione.
Noto che non hai un sito Internet o quanto meno non ci punti molto considerando che non sono riuscito a trovarlo. Qual è il tuo rapporto con i cosiddetti nuovi media? Hanno in qualche modo influenzato il tuo mestiere? È una mancanza di tempo, una scelta o non sei interessato a questo supporto?
Non ho ancora un sito Internet, ma è solo perchè vorrei farlo bene, e per farlo bene dovrei dedicargli un po’ di tempo, così rimando sempre.
Internet e la posta elettronica hanno estremamente semplificato le modalità di scambio dei documenti e delle immagini e quindi anche il modo di lavorare, basti pensare che solo fino a pochissimi anni fa le immagini si sviluppavano su pellicola e si inviavano con la posta tradizionale, con le difficoltà e i tempi che tutti ricordiamo.
Dove lavori quando sviluppi i tuoi progetti di design e che strumenti utilizzi?
Il posto ideale per lavorare e per riflettere con la necessaria tranquillità è sicuramente il mio studio, perchè ci sono le condizioni ottimali di spazio e di silenzio. Comunque, molto spesso le idee migliori non nascono in studio, ma soprattutto visitando i luoghi della produzione, come i laboratori artigianali, le officine e le industrie. Qui gli stimoli per il progetto si moltiplicano. Osservare una macchina utensile mentre esegue una lavorazione o un artigiano che produce un manufatto vale quanto cento ore passate davanti al foglio bianco nel proprio studio.
Poi, a volte, le idee nascono nei momenti di distrazione, specie dopo aver passato una giornata a cercare una soluzione senza averla trovata. E allora capita di imbattersi nell’idea giusta mentre si passeggia o durante il dormiveglia della mattina, quando la dimensione del sogno si mescola con la realtà facendo riaffiorare le sensazioni e i pensieri del giorno prima.
Gli strumenti che utilizzo sono la matita per mettere già le prime idee e successivamente, alcuni dei soliti programmi di elaborazione delle immagini o di rendering.
Mentre lavori a un progetto sei solito chiedere consigli e pareri ad amici e colleghi?
Sì, quando lavoro su un progetto ho intensi scambi di pareri e di proposte con mio fratello Giuseppe che considero quasi il mio alter-ego. Come in una partita di ping pong , ci scambiamo le idee e ne discutiamo molto spesso per telefono ma anche per e-mail, dato che lui lavora a Venezia.
Solo quando il progetto si avvicina alla conclusione, per avere delle valutazioni più oggettive lo sottopongo a mia moglie o ad amici designer e non.
Quale dei tuoi progetti ti ha dato più soddisfazione?
A livello di emozioni, forse il mio primo progetto, il paravento in cartone ondulato che presentai come tesi finale all’Isia di Firenze. Appena diplomato ebbi la fortuna di vincere con questo paravento il concorso internazionale "Interieur 90" a Kortrijk in Belgio. Subito dopo, la soddisfazione di vederlo pubblicato prima su Modo e poi su Domus.
Per uno studente fresco di diploma rappresentava il massimo picco di felicità.
In questo periodo il Design Museum di Londra - per celebrare i suoi 25 anni - ha allestito un'esposizione chiamata 25/25 che raccoglie 25 oggetti di design degli ultimi 25 anni selezionati da una giuria d'eccezione. Se dovessi esprimere una tua preferenza, quali sono tre prodotti che rappresentano più di altri il tuo concetto di Design?
se devo scegliere tre progetti che mi emozionano e che quindi sento più vicino alla mia visione direi:
1°- La “Tree Trunk Bench” di Jurgen Bey perchè con un gesto minimo quanto potente, riesce a ricordarci il valore assoluto delle cose semplici.
2° La grattugia di Enzo Mari. perchè è riuscito nella difficilissima impresa di migliorare un archetipo.
3°"Football Tape - Il pallone di scotch" Football tape” di Martì Guixè perchè rappresenta un'intuizione intelligente che fa leva sulla memoria collettiva.
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MUST - 03.2006
1 - Cosa significa per te creare?
Innanzitutto é una mia necessità. Sono per natura piuttosto introverso e mi riesce molto meglio comunicare con gli altri attraverso ciò che faccio piuttosto che affrontarli apertamente. Creare per me è una sorta di filtro protettivo che mi consente di partecipare al dibattito contemporaneo senza i vincoli e i problemi che molto spesso si creano tra le persone. Questo mi porta a lavorare in solitudine, ma in compenso anche ad avere una maggiore libertà di pensiero e di azione.
Creare poi, significa per me credere in un futuro migliore, avere la possibilità di raccontare storie attraverso gli oggetti, tentare di scardinare abitudini e atteggiamenti consolidati, scoprire i propri limiti, e soprattutto, regalare piccole emozioni un pò come fa l’attore con la platea. Ma vuol dire anche lavorare ventiquatto ore al giorno, soffrire finchè non si arriva a una soluzione convincente, cadere e rialzarsi cento, mille volte.
2 - Che significato ha oggi il design? Intendo il design legato all'attualità: quale è il ruolo del designer contemporaneo?
Il designer contemporaneo si deve confrontare più che negli anni passati, con la contraddizione di fondo del suo lavoro, da una parte lo spirito etico che lo anima, il tentativo di contribuire anche se in modo infinitesimale a migliorare il presente, dall’altra la chiara consapevolezza che i suoi oggetti si andranno comunque ad aggiungere alla già cospiqua mole di quelli esistenti con i relativi effetti sul nostro ecosistema già così compromesso.
Penso che oggi, come non mai, per superare questa dicotomia sia importante per il designer infondere nei suoi oggetti un forte valore comunicativo, cercare di parlare alle persone con il linguaggio della poesia, provocare emozioni. Oggi non basta più saper disegnare un oggetto di pura bellezza estetica, il prodotto industriale, deve prima di tutto condurre a riflettere.
Solo così, chi si occupa di design si può sentire parte attiva nel conseguimento di una realtà che più si avvicini ai nostri sogni.
3 - Salefino: genesi e obbiettivi
Salefino è il titolo di un libro curato da Joe Velluto, un gruppo di quattro giovani designers vicentini, in cui sono stati coinvolti, oltre al loro, altri tre studi di designers italiani tra cui Aroundesign alias Giulio Iachetti e Matteo Ragni, Lorenzo Damiani, ed io. Quattro realtà geograficamente lontane tra loro ma legate da una forte affinità elettiva.
La particolarità di questo volume sta nella sua interdisciplinarietà. Gli oggetti selezionati per la pubblicazione sono stati interpretati artisticamente dal fotografo Matteo Sandi. A loro volta gli scatti fotografici sono stati manipolati da interventi grafici degli stessi Joe Velluto. Il risultato é un libro inconsueto, in cui industrial design, graphic-design e fotografia convivono appassionatamente, mantenendosi volutamente al di fuori dai canoni ai quali ci hanno abituato le numerose pubblicazioni di settore in questi ultimi anni.
4 - Trasformazione. Che tipo di scelta realizzi sui materiali, che tipo di influenza ha sul tuo lavoro l'oggetto recuperato e rivisitato?
Il linea di massima preferisco utilizzare i materiali tecnologicamente “poveri” come il vetro, il legno, l’acciaio, i tessuti, la ceramica, le pietre. Inoltre, nei limiti del possibile, cerco di progettare oggetti monomaterici perchè costano meno e sono più facilmente riciclabili.
Per quanto riguarda l’influenza dell’oggetto rivisitato, posso dire di aver lavorato molto in questa direzione, fin dai primi anni novanta in cui ho dedicato molti mesi nel tentativo di coinvolgere le aziende affinchè prendessero coscienza delle enormi quantità di semilavorati di scarto che quotidianamente producevano e che poi abbandonavano nelle discariche. In quel periodo ho progettato diversi oggetti che utilizzavano esclusivamente semilavorati di scarto con lo scopo di dimostrare che anche un umilissimo pezzo di scarto può racchiudere in sé grandi potenzialità e che, se osservato con occhi più attenti, può ancora sorprenderci. Poi nel corso degli anni ho cercato di affinare questo linguaggio e di riproporre gli stessi concetti sotto altre forme. Sono nate così nuovi progetti che prevedevano anche l’utilizzo di oggetti già in produzione, come le bottiglie in plastica, i barattoli per le conserve, le cuffie in silicone da piscina ecc.ecc. alcuni dei quali si sono poi trasformati in reali prodotti.
Credo molto alla forza evocatrice degli oggetti, soprattutto in quest’epoca dove tutto viene consumato, eliminato e rimpiazzato con una facilità a dir poco disarmante e dove tutti noi stiamo velocemente perdendo il senso del valore delle cose.
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KULT - 01.2006
Potresti parlarmi del tuo rapporto con l'industria, ovvero, che opportunità
offre oggi l'industria a designer di valore che però non hanno ancora
un nome noto internazionalmente?
Per quello che é la mia personale esperienza, posso dire che le opportunità per chi non è conosciuto, non sono molte, e quando ci sono, le probabilità che il progetto arrivi a trasformarsi in prodotto sono piuttosto scarse. Tutto stà nel trovare l'azienda giusta, che creda nelle tue capacità e che soprattutto sappia instaurare con il progettista un rapporto paritario di dialogo, dove sussista una complice passione per la ricerca e che ci sia quindi la volontà di intraprendere un percorso comune senza troppe certezze.
Sei stato tra i partecipanti di Design alla coop, un'interessante iniziativa che mira a far entrare il buon design nella grande distribuzione. Vuoi parlarmi di questa esperienza?
Non posso che essere grato a Giulio Iachetti che è riuscito a raccogliere intorno a sè un gruppo di giovani designers italiani, tentando con grande caparbietà di portare il buon progetto negli scaffali dei supermarket Coop.
Quando due anni fa ci incontrammo per la prima volta tutti insieme alla Triennale di Milano non avevamo ancora focalizzato esattamente l’obbiettivo finale, in tutti però, era palpabile una forte volontà di progettare per la vita di tutti i giorni e non per la solita ristretta cerchia di appassionati del design. Ci piaceva l'idea di poter riportare il progetto su quelli che erano gli intenti originari di questa disciplina.
Da qui al decidere di fare qualcosa per la grande distribuzione il passo è stato breve.
Ci siamo messi a lavoro e successivamente ci siamo incontrati più volte, con umiltà, ognuno per raccontare le proprie idee, per consigliare e farsi consigliare. Una fantastica esperienza anche a livello umano che ha dato vita a una ventina di ottimi progetti, molti dei quali già pronti per affrontare la sfida della grande produzione.
Design alla coop mi sembra un tentativo di rendere democratico il design
sulla scorta di quanto già il Bauhaus propagandava. Purtroppo però le finalità di questo movimento si sono rivelate con il tempo fallimentari. Oggi il mondo del design a me pare un universo molto fashion and chic oriented (non tutto magari ma la gran parte!). Gli oggetti di design raggiungono prezzi molto alti e quella democratizzazione auspicata mi sembra ancora molto lontana? Mi piacerebbe sapere il tuo parere al riguardo?
La mia scelta di progettare per Coop è nata proprio dall’esigenza di ritrovare un contatto con la vita reale delle persone, con il quotidiano. Ho sempre pensato che progettare dovesse servire a questo, a donare a più persone possibile dei buoni oggetti per cercare di migliorare la loro vita quotidiana. Purtroppo il mondo del design sta andando in tutt’altra direzione. Oggi dettano legge le tendenze e si vende bene tutto ciò che in esse rientra. Basti pensare al mondo dell’arredo da bagno, non c’é più un designer che si occupa di progettare una vasca da bagno che non pesi meno di una tonnellata in pietra scavata a mano. Una famiglia a basso reddito, se vuole una nuova vasca da bagno dovrà accontentarsi del solito modello standard in fiberglass non disegnato, magari prodotto in oriente.
Cosa ne pensi del fatto che oggi il design ricerchi sempre più sinergie
con il mondo della moda?
Penso che dipenda dal fatto che il mercato del design ha subìto negli ultimi anni un’accelerazione esponenziale che obbliga le aziende a produrre novità sempre più velocemente. Oggi gli oggetti di design ( eccetto poche eccezioni) hanno una vita breve, brevissima, vengono bruciati nel giro di poche stagioni, sono diventati effimeri quasi quanto un capo di moda. E’ in questo senso che, secondo me, il design si avvicina alla moda. Fondamentalmente però restano due discipline distinte, per il fatto che storicamente nascono da presupposti ed esigenze diverse: l’obiettivo, o meglio l’utopia del designer di oggetti è progettare qualcosa che si avvicini il più possibile all’eterno, un pò come lo sono le sedute di Charls e Ray Eames o quelle di Arne Jacobsen. Il designer dell’abito, al contrario, sa a priori che la sua sarà una creazione effimera, potrà forse entrare nei musei, ma non potrà superare la stagione di vita sul mercato.
Credo che il rapporto tra moda e design possa essere paragonato più a uno scambio interdisciplinare piuttosto che a un vero e proprio connubio.
Qual è il tuo rapporto con i grandi maestri del design?
Ho un debito particolare con Achille Castiglioni che ritengo il più grande (e il più simpatico) designer italiano. Ho ammirato fin dai tempi della scuola le sue invenzioni cariche di ironia e intelligenza sul tema del ready-made come la lampada “Toio” piuttosto che le sedute “Mezzadro” o “Sella”, capolavori assoluti.
Ho poi una grande ammirazione per tutto il lavoro di Enzo Mari, in particolare per alcuni oggetti realizzati tra gli anni sessanta e settanta caratterizzati da una meticolosa ricerca sui giunti di unione fra le parti, come la scatola “flores” o il contenitore”Java” per Danese.
Come giudichi invece le nuove generazioni di designers?
I giovani progettisti oggi si trovano a operare in una situazione più complessa rispetto ai loro maestri del passato. Le scuole in cui si insegna industrial design si sono moltiplicate, come pure i neolaureati in questa disiplina, di conseguenza emergere diventa sempre più difficile. Ciò nonostante, i giovani con grandi capacità e molto motivati ci sono. C'é da dire che oggi, c’é una maggiore propensione a indagare in ambiti lasciati ancora scoperti dal progetto e questo porta spesso a ipotizzare oggetti tipologicamente “fuori” dai canoni abitualmente proposti dai magazine di settore. Ne consegue che quei giovani progettisti, portatori di nuova linfa vitale, autori di esemplari ricerche progettuali, riescono solo con grandi difficoltà a comunicare il loro talento.
Come definiresti il tuo stile progettuale e quali sono le finalità che in
genere ti prefiggi di raggiungere quando pensi ad un oggetto?
Non penso di avere uno stile progettuale, per me é prioritaro elaborare un concetto portante, un pensiero che sento l'esigenza di comunicare. Non cerco mai di forzare il progetto su dei binari predeterminati, preferisco assecondare la naturale vocazione di quel concetto, un po' come fa la levatrice con il bambino che sta per nascere.
Ogni progetto ha una sua storia, spesso, nasce dall’osservare con curiosità gli aspetti più ordinari della nostra esistenza come è successo con il tavolino Cabriolet per Fontana Arte o per il tappetino Mat Walk per Droog Design, in cui una gestualità viene assecondata e istituzionalizzata con il progetto. Altre volte nasce da una presa di posizione verso alcuni aspetti del sociale, come nella cartolina “Watercard”, un personale atto di protesta dopo aver letto sul giornale dei molti eventi mediatici organizzati per raccogliere fondi per i paesi più poveri che vedevano disperdere il ricavato in mille passaggi di mano al punto che il fine iniziale veniva disatteso.
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